Nel passaggio tra Ottocento e Novecento, la religione non scompare dal campo letterario, si trasforma. Più che un sistema di credenze condivise, diventa un repertorio di forme, immagini e strutture simboliche che la modernità continua a interrogare, deformare e riscrivere. In questo senso, il primo Novecento europeo non segna tanto una rottura con il codice biblico, quanto la sua inquieta sopravvivenza dentro testi che ne ereditano la forza mitopoietica proprio mentre ne mettono in crisi l’autorità. Il presente saggio si muove lungo questa tensione, osservando come alcuni autori emblematici — Marcel Proust, Oscar Wilde, Thomas Mann e Paul Claudel — abbiano riattivato il linguaggio religioso non come fede, ma come problema estetico, morale e conoscitivo. In loro, il riferimento biblico non è mai neutro; è una materia instabile, esposta alla fascinazione e insieme alla distanza critica, spesso filtrata attraverso le lenti della memoria, del desiderio o della decadenza culturale.