Come nel caso di tutte le sue altre Lettere, anche qui è affatto assente l’intenzione di offrire un prontuario o una specie di guida turistica ai luoghi. Jovan Dučić intende dipingere semplicemente la propria interiorità, creando un autoritratto del poeta in viaggio. Questa volta gli capitò in sorte di essere uno dei primi a poter scendere nel Basso Egitto, in compagnia niente meno che di due grandi egittologi del suo tempo: Sir Howard Burns e Georges Foucard… Dučić fu lusingato dal fatto di poter aprire per primo un manoscritto della divina Saffo scoperto in una mummia. Nella scrittura delle sue Lettere, il poeta si attiene a due regole: scrivere velocemente, lasciandosi guidare dall’ispirazione, e rimanere sempre fedele a sé stesso, rifiutando le opinioni dettate dalla moda. Per lui, il viaggio non è una presentazione oggettiva dei punti di interesse offerti dal luogo visitato, ma è il dispiegarsi soggettivo di ciò che accade nella sua anima. È un viaggio interiore: un’esplorazione di ricordi, sensazioni, stati d’animo e fantasie suscitate sempre dal reale, da ciò che si vede, si sente, si incontra... Da qui la durevole vivacità e la fragrante freschezza della sua opera, quasi a un secolo dalla sua pubblicazione.